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Racconta un poeta...

C’era una volta, non so più in quale terra, una coppia di poverelli. 

<<<...anche il tempo è indefinito...ma questo nostro tempo...può sicuramente contenere questa storia...! >>>

Ed erano, questi due poverelli, così miseri che non possedevano nulla, ma proprio nulla di nulla.   Non avevano pane da metter nella madia, né madia da mettervi pane.
  Non avevano casa per mettervi una madia, né campo per fabbricarvi casa.

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Se avessero posseduto un campo, anche grande quanto
un fazzoletto, avrebbero potuto guadagnare tanto da fabbricarvi casa.
  Se avessero avuto casa, avrebbero potuto mettervi la madia.
  E se avessero avuto la madia, è certo che in un modo o in un altro, in un angolo o in una fenditura, avrebbero potuto trovare un pezzo di pane o almeno una briciola.
  Ma, non avendo né campo, né casa, né madia, né pane,
erano in verità assai tapini.
  Ma non tanto del pane lamentavano la mancanza, quanto della casa.

Del pane ne avevano abbastanza per elemosina, e qualche volta avevano anche un po’ di companatico e qualche volta anche un sorso di vino.
  Ma i poveretti avrebbero preferito rimanere sempre a digiuno e possedere una casa dove accendere qualche ramo secco o ragionar placidamente dinnanzi alla brace.

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Quel che v’ha di meglio al mondo, in verità, a preferenza anche del mangiare, è posseder quattro mura per ricoverarsi. Senza le sue quattro mura, l’uomo è come una bestia errante.
  E i due poverelli si sentirono più miseri che mai, in una sera triste della vigilia di Natale, triste soltanto per loro, perché tutti gli altri in quella sera hanno il fuoco nel camino e le scarpe quasi affondate nella cenere.
  Come si lamentavano e tremavano su la via maestra, nella notte buia, s’imbatterono in un gatto che faceva
un miagolio roco e dolce.

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Era, in verità, un gatto misero assai, misero quanto loro, poiché non aveva che la pelle su due ossa e pochissimi peli sulla pelle.
  S’egli avesse avuto molti peli sulla pelle, certo la sua pelle sarebbe stata in migliori condizione.
  Se la sua pelle fosse stata in condizioni migliori, certo non avrebbe aderito così strettamente alle ossa.
  E s’egli non avesse avuta la pelle aderente alle ossa, certo sarebbe stato egli forte abbastanza per pigliare topi e per non rimanere così magro.
  Ma, non avendo peli ed avendo invece la pelle sull’ossa, egli era in verità un gatto assai meschinello.

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I poverelli son buoni e si aiutano fra loro.
  I due nostri dunque raccolsero il gatto e neppure
pensarono a mangiarselo; ché anzi gli diedero un po’ di
lardo che avevano avuto per elemosina.
  Il gatto, com’ebbe mangiato, si mise a camminare
d’innanzi a loro e li condusse in una vecchia capanna
abbandonata.
  C’erano là due sgabelli e un focolare, che un raggio
di luna illuminò un istante e poi sparve.
  Ed anche il gatto sparve col raggio di luna, cosicché i due poverelli si trovarono seduti nelle tenebre, d’innanzi al nero focolare che l’assenza del fuoco rendeva ancor più nero.

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- Ah! - dissero, - se avessimo appena un tizzone! Fa tanto freddo! E sarebbe tanto dolce scaldarsi un poco e raccontare favole!
  Ma, ohimè, non c’era fuoco nel focolare, poiché essi erano miseri, in verità miseri assai.
  D’un tratto due carboni si accesero in fondo al camino, due bei carboni gialli come l’oro.
  E il vecchio si fregò le mani, in segno di gioia, dicendo alla sua donna:
- Senti che buon caldo?
- Sento, sento,- rispose la vecchia.
  E distese le palme aperte innanzi al fuoco.
  - Soffiaci sopra,- ella soggiunse, - la brace farà la
fiamma.

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- No,- disse l’uomo, - si consumerebbe troppo presto.
  E si misero a ragionare del tempo passato, senza tristezza, poiché si sentivano tutti ringagliarditi dalla vista dei due tizzoni lucenti.
  I poverelli si contentano di poco e sono più felici. I nostri due si rallegrarono, fin nell’intimo cuore, del bel dono di Gesù Bambino, e resero fervide grazie al bambino Gesù.
  Tutta la notte continuarono a favoleggiare scaldandosi, sicuri ormai d’essere protetti dal bambino Gesù, poiché i due carboni brillavano sempre come due 
monete nuove e non si consumavano mai.

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E, quando venne l’alba, i due poverelli che avevano
avuto caldo e agio tutta la notte, videro in fondo al
camino il povero gatto che li guardava dai suoi grandi
occhi d’oro.
  Ed essi non ad altro fuoco s’erano scaldati che al
bagliore di quelli occhi.
  E il gatto disse: - Il tesoro dei poveri è
l’illusione.

E' questa la novella...Il tesoro dei poveri del nostro grande poeta...
                               Gabriele D'Annunzio

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I Vostri commenti

Il Tesoro dei poveri è la semplicità, la solidarietà..la speranza.
Più in basso non si può andare..Si può solo crescere...

Il cuore non ha bisogno del fuoco per riscaldarsi,

L’amore è il miglior focolare che ci sia.
Forse e proprio la povertà che ti fa brillare gli occhi alle cose più semplici...e sorridere alla vita...con gioia…
La semplicità e la bontà d’animo sono davvero dei tesori che con la speranza aiutano a vivere con più ottimismo.
Davvero una bella lezione di vita…
Una bella storia tristemente vera e ahimè molto attuale...ti assicuro,,,molto attuale Stanislao...!

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Nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime; ma poi ci sono giorni pieni d'amore che ci danno il
coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni.