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La scuola che vorrei

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Quanto scrivo è una riflessione sui metodi d’insegnamento della nostra scuola e sulla possibilità di migliorarsi grazie a un confronto critico e costruttivo.

Nella nostra scuola, Italiana, gli alunni, scolari e studenti vengono ancora valutati e apprezzati solo in proporzione alla quantità di informazioni che riescono a registrare nelle pieghe dei propri neuroni. Non si da, in modo più assoluto, la possibilità di formulare qualsiasi tipo di pensiero autonomo. La principale e spesso sola cosa, che gli viene richiesto è di ripetere una serie di informazioni più o meno approfondite rispetto a un dato argomento.

Il tema è sicuramente vasto e complesso per questo motivo mi concentro su un punto che io ritengo fondamentale e necessario a qualsiasi apparato scolastico; l’educazione allo sviluppo di un pensiero critico, un pensiero autonomo, fresco e giudicante.

Come le ricerche scientifiche ci insegnano l’homo sapiens si distingue dagli altri animali per lo sviluppo di una parte frontale del cervello (lobo frontale) adibita ai processi cognitivi, al pensiero e alla manipolazione di simboli e significati. I frutti delle abilità non solo creative ma anche di analisi e sintesi dell’essere umano hanno dato luogo a tutti quegli eventi e prodotti intellettuali che vengono tematicamente raggruppati e affrontati in discipline come storia, filosofia, letteratura, le scienze ecc. Ritengo che proprio questa capacità di riflettere su un concetto o analizzare un problema e trovare soluzioni associando idee in modo innovativo, sia un potente strumento intellettuale da stimolare e coltivare. Se utilizzato al pieno delle proprie potenzialità, questa naturale capacità intellettuale può, a mio avviso, non solo beneficiare il singolo essere umano/cittadino, ma anche la società stessa, intesa come organizzazione efficiente di una moltitudine di persone.

Questo motore cerebrale venga molto poco coltivata e considerata cosicché  lo studente viene visto come un contenitore , che debba essere riempito di informazioni, da rigurgitare al momento della verifica. Il verbo educare nella sua origine latina educere  non significa mettere dentro,  ma piuttosto tirare fuori. ..!

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Un sano metodo educativo da poca importanza alle abilità mnemoniche dello studente, ma allo sviluppo della capacità non solo di analizzare criticamente la materia ma anche di saperla strutturare secondo un pensiero coerente, logico e se possibile originale. Educare lo studente a fare ricerche e condurre esperimenti di alta qualità, a saper esporre le proprie ricerche in modo chiaro, e, in ultimo, a sviluppare le proprie capacità creative e di analisi.

Un’educazione al ragionamento critico non solo da la possibilità di capire e quindi ricordare, ma molto più importante che fornisca gli strumenti per analizzare e criticare un qualsiasi insieme di informazioni, sia esso relativo a tematiche di nostra competenza o meno.

Una formazione di questo tipo è quindi in grado di formare cittadini pensanti equipaggiati con abilità intellettuali che possono essere applicate in ogni campo lavorativo e di vita. Privare dei giovani studenti di questa ‘bellezza’ e di questa valida misura delle proprie capacità intellettive ritengo che sia un triste ed inutile errore che il sistema educativo italiano ha commesso ormai da troppo tempo.

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Credo, e lo dico soprattutto per esperienza, che sia molto più utile al cittadino e all’essere umano imparare a usare il proprio cervello al massimo della propria potenzialità, in modo cioè critico e creativo, piuttosto che usare questa massa di neuroni raggruppati poco sopra il collo come un magazzino un po’ lacunoso di informazioni e fatti.

Ricordando che le capacità cognitive umane cominciano a declinare già dai 20 anni circa, ritengo che l’Italia deve ripartire dai giovani e dalle nuove idee con cui questi possono migliorare la nostra società.

 Ancora aggiungo…se una ragazzina di dodici anni decide di buttarsi dal balcone e in una lettera ai suoi compagni di classe scrive "adesso sarete contenti" tutti noi ci sentiamo coinvolti come popolo, genitore, e persona. Dobbiamo domandarci…ma cosa succede nelle aule delle nostre scuole…? Come si spiega quanto succede…! I nostri ragazzi vengono seguiti, osservati quando studiano, ma soprattutto quando giocano durante gli intervalli. In questi momenti è più facile osservare le dinamiche relazionali che si sviluppano nella classe.

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Solo cosi si piò accorgere chi si aggrega, chi viene escluso, chi si isola e di chi rischia di venire isolato. Solo così, osservando, si può intervenire, ascoltare e parlare. Solo osservando i ragazzi si può capire cosa succede giorno dopo giorno nelle loro relazioni e quindi non lasciare passare nulla, ma proprio nulla, che abbia anche il pur minimo sapore della prevaricazione, dell'umiliazione, dell'esclusione.

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Da qui s’inizia a costruire il senso civico di appartenenza a una comunità che abitua a interrogarsi e a mettersi in gioco ogni giorno. Gli insegnanti devono conoscere, sapere per insegnare ma devono anche sapere educare e per educare è necessario essere presenti, osservare per conoscere il clima, l’atmosfera che tira nelle nostre aule…ogni giorno, con convinzione, senza stancarci mai...

Adesso mi domando…! Perché i ragazzi si trasformano in bulli…? Ma chi sono questi bulli?

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Sono anche loro nostri figli quelli più fragili, quelli che non amano la scuola perché si sentono inascoltato, demotivato, non valutati. Sono quelli che non trovano un’insgnante che li ascolta. Sono quei ragazzi che vengono bocciati, catalogati come svogliati, fannulloni, disagiati…?

Io sono convinto che abbiamo bisogno di maestri e professori che ascoltano, che si affiancano a questi ragazzi, che non usano il verbo “bocciare”. Abbiamo la necessità di tornare a fare educazione civica, alla cittadinanza, non di scrivere il decalogo del comportamento:

a)Si alza la mano per parlare; b)Si portano a scuola i quaderni; c)Ci si ascolta...

I ragazzi ci chiedono solo una cosa: ascolto. Dobbiamo imparare a parlare un po’ meno per raccogliere le loro storie. Quelle dette e non dette…capirli…!

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